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Il diritto di parola e il Consiglio comunale: un rapporto difficile?

Analisi dopo la seduta furiosa di ieri mattina. Ecco da dove arriva il regolamento che ingessa tutto e fa rischiare di limitare le opinioni

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MONTENERO DI BISACCIA. Galeotto fu il regolamento? Vale la pena di chiederselo quando è diventato rarità ascoltare un Consiglio comunale senza urla e senza che saltino i nervi. Di mezzo c'è il documento approvato quasi dodici anni fa, quando si cominciò a imporre a ogni consigliere quanto tempo poter parlare. Prima era tutto più a ruota libera, affidato al buon senso individuale. E chissà che non andasse meglio, in omaggio alla massima di Thoreau trasposta a livello locale: la migliore amministrazione è quella che amministra meno. Ma questo, a fine settembre 2010, non si sapeva. 
Vale la pena di riprendere l'argomento dopo il furioso Consiglio comunale di ieri, quando le grida hanno attirato i passanti e persino disturbato un saggio musicale della scuola nel locale sottostante la sala consiliare.
Come accennato fino al 2010 non era così ingessata la massima istituzione cittadina, ogni consigliere parlava più o meno quanto voleva e solo ogni tanto capitavano interventi lunghissimi e inutilmente prolissi. Il Consiglio comunale era il luogo deputato a dare massima espressione all'oratoria dei politici locali. E nell'era ante smartphone non stavano tutti con gli occhi incollati sullo schermo, come oggi. Tuttavia, ogni tanto, chi si stancava faceva finta di aver ricevuto una telefonata e usciva.
Il regolamento che avrebbe tanto fatto arrabbiare in seguito, fu approvato a fine settembre 2010 senza scossoni. Sarà che tutti pensavano al più importante bilancio, discusso la stessa sera. Eppure già dalle successive sedute si capì che qualcosa era cambiato, poiché da quel momento si cominciò a contare i minuti per intervenire, replicare, esporre un'interpellanza ecc. Con il cronometro, attenzione, ma non si sa se del tipo ufficiale da Olimpiadi oppure uno di livello più modesto. Ma si cominciò a cronometrare, il tempo finiva e magari si aveva ancora qualcosa da dire, ma il regolamento parlava chiaro. Qualcuno disse che un po' la colpa era di Giuseppe Chiappini, rientrato in Consiglio comunale dopo qualche anno di assenza, ma stavolta in minoranza. E sì che i suoi interventi erano lunghi su qualsiasi argomento, ma da qui a dire che lui fosse il problema ce ne passa. 
Più realisticamente, la nuova amministrazione di Nicola Travaglini aveva cominciato a far essere presente l'istituzione comunale in tutto lo scibile montenerese. Dove serviva e dove no, dalla pubblica amministrazione alla vita di società, un tassello (tipo da mosaico, non per fissaggio di oggetti a parete) per volta. Ciò che continua ancora oggi.
E allora galeotto fu il regolamento? Se oggi ogni volta Fabio De Risio dalla minoranza e il presidente del Consiglio comunale Nicola Marrafino litigano è colpa di quel documento, che per rendere più snelle le sedute finisce per limitare il diritto di parola? O anche solo far sembrare che accada? Conviene applicare pedissequamente regole normalmente appannaggio di enti istituzionali di ben altro livello?
In estrema sintesi: senza troppe regole, come una volta, e contemplando che ogni tanto qualcuno si dilunghi, potrebbe funzionare meglio, senza per altro il rischio di passare per censori? Di nuovo Thoreau: non è che amministrare-regolare di meno significa amministrare-regolare meglio? Diversamente si continuerà per altri tre anni (almeno) a sentir gridare l'uno che vuole parlare e scegliere cosa dire, l'altro che c'è un regolamento da rispettare. Non è uno spettacolo bello se succede tutte le volte. Non è consigliabile nemmeno rischiare alla lontana di passare per controllori del diritto di parola. Ovunque e per chiunque.
Nella foto un momento del Consiglio del 28 settembre 2010, quando fu approvato il regolamento del Consiglio comunale
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