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A Montenero c'è un quartiere chiamato La Sicilia

L'origine del soprannome dato a San Giovanni nella sua storia. E fu da lì che cambiò anche il dialetto?

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MONTENERO DI BISACCIA. Se qualcuno affermasse che le foto proposte sono state scattate sullo stretto di Messina rischierebbe l'internamento in qualche centro di cura; eppure, se si ha la pazienza di proseguire con la lettura, si può comprendere perché, seppur con qualche forzatura popolare, non è del tutto campata in aria la definizione.

Il posto è l'incrocio tra via Carabba e viale dei Borghi, in altre parole dove comincia il quartiere chiamato San Giovanni o, in una vulgata un po' burlona, La Sicilia. Ebbene sì, questo è l'antico nome popolare del quartiere situato nella parte nord-orientale dell'abitato e che finisce sul ripido pendio che dà sulla Provinciale 13 (sotto la valle). Ancora oggi è chiamato La Sicilia, ma è inutile provare a chiedere perché, non lo sa più nessuno. Allora non resta che provare a fare ipotesi più o meno ragionevoli. Eccone una.
Nella seconda metà dell'Ottocento l'abitato di Montenero finiva all'altezza del palazzo Luciani e della chiesa, praticamente piazza della Libertà era un vasto spiazzo sterrato attraversato dal tratturo. Ne consegue che sul finire del XIX secolo l'attuale quartiere San Giovanni era aperta campagna e qui in quel tempo cominciarono a insediarsi e costruire case mezzadri provenienti soprattutto da Abruzzo e Marche. Si noti: all'epoca si emigrava verso Montenero, e non da, come oggi.
Piazza della Libertà nel 1876

Una delle primissime case fu edificata di terra, come talvolta si usava all'epoca, e c'è ancora (ampliata e consolidata). Si trova in fondo a via Tommaso Alessandrini (facendo un parallelo con la Sicilia "vera", in provincia di Trapani). A costruirla un cantoniere giunto da Roseto degli Abruzzi, che può essere considerato uno dei primi "siciliani" di Montenero. Negli anni successivi, pur espandendosi e risalendo verso il centro, il quartiere restava staccato dal resto del paese e per molti anni le sue strade sono rimaste senza nome. Non c'erano ancora gli U2 a cantare Where the streets have no name, tra l'altro The Edge, oltre che non ancora nato, non avrebbe potuto avere nemmeno la Stratocaster e il delay per eseguire le sue delizie chitarristiche. E così ai monteneresi coevi della Belle époque deve essere venuto in mente di chiamare La Sicilia quel gruppo di case in rapida crescita staccato dal paese, pardon dal "continente". Questa, con ogni probabilità, l'origine del nome popolare dato all'allora nuovo quartiere.
Un nome alle strade che lo compongono sarebbe arrivato solo nel 1943-44, quando Emilio Ambrogio Paterno fu nominato commissario civile dall'amministrazione militare alleata, durante la Seconda guerra mondiale. Fu lo storico e insegnante a dare finalmente una toponomastica alla "Sicilia": vie San Giovanni, Tommaso Alessandrini, Tommaso Gentile e viale dei Borghi. Quest'ultimo solo in parte ricade sull'"isola", mentre via Ambrogio Carabba è appena dietro "lo stretto di Messina". Paterno intitolò le vie a persone illustri di Montenero: Alessandrini era stato un avvocato, Gentile un medico, Carabba un archeologo e insegnante. Con la crescita urbanistica della prima metà del Novecento San Giovanni si è unito al resto del paese, perciò lo "stretto di Messina" non c'è più ed è solo una "convenzione".
Il quartiere è uno dei più caldi di Montenero, trovandosi in direzione della levata del sole ed essendo in buona parte riparato dai freddi venti del mare. Nel gennaio 2003, durante l'alluvione che colpì tutto il Basso Molise, una grande frana si staccò da via Alessandrini e scese centinaia di metri fino a invadere la Provinciale 13 (zona chiamata sotto la valle). Quindici famiglie furono evacuate e solo dopo alcune notti passate in sistemazioni di fortuna poterono rientrare. Eppure non ci fu nessun danno alle case: i muratori che le avevano costruite avevano saggiamente scavato fino a fissare le fondazioni sul tufo.
Altra curiosità è che La Sicilia-San Giovanni aveva un dialetto con sfumature diverse dal resto di Montenero. Probabilmente i figli dei primi "coloni" imparando il vernacolo del luogo dove erano nati e cresciuti lo cambiarono, specialmente se raffrontato a quello più antico parlato in quartieri come le Coste. Per esempio l'uso della u al plurale anziché la i: uajun laddove prima si diceva uajin (bambini). Il nuovo dialetto sarebbe diventato dapprima dominante, infine quasi esclusivo; oggi solo pochi anziani usano ancora la colorita parlata storica simile al sansalvese classico.

L'incrocio fra via Carabba e viale dei Borghi negli anni Cinquanta-Sessanta, sullo sfondo la chiesa e la piazza

E oggi

Stesso incrocio verso il lato opposto, sullo sfondo via San Giovanni

La frana del gennaio 2003



 

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