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Maschera a Mafalda: la decapitazione di Castaldi

La tradizionale rappresentazione di Carnevale riprende quest'anno un cruento fatto storico del 1860, durante gli scontri fra "cafoni" e "galantuomini"

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MAFALDA. Questa volta la storia è vera davvero. Si scuserà il gioco di parole, ma serve a chiarire che si va oltre il racconto popolare, poiché il fatto che metterà in scena "La maschera in piazza" è documentato. Un avvenimento storico che quest'anno colora di risorgimento e reazione la tradizionale manifestazione itinerante che un gruppo di giovani organizza a Carnevale. 
"Ripalda 1860: storia di una rivoluzione" il titolo della rappresentazione in programma domenica 15 febbraio. E per chi conosce un minimo di fatti locali, non può che riportare a un episodio cruento avvenuto in quel periodo.
Non resta che affidarsi alla documentazione storica, ma strizzando l'occhio anche ai racconti popolari mafaldesi. Perché il particolare più raccapricciante arriva proprio da ciò che è stato tramandato da allora. Non sulle carte, ma davanti al più arcaico focolare.
Nell'ottobre 1860 anche a Ripalta sul Trigno (Mafalda dal 1903) erano in corso disordini dovuti all'annessione al Regno d'Italia. La spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi era arrivata a Napoli, l'esercito dei Borboni sbandato. Unificazione dell'Italia, o conquista interessata del Sud, era tema che solo molti anni dopo (e ancora oggi) avrebbe diviso gli storici. In quel momento c'era chi accoglieva il nuovo regime savoiardo (i "galantuomini") e chi voleva rimanesse quello borbonico (i "cafoni").
Il 9 ottobre 1860 si venne alle mani, o meglio alle zappe e forche. E a raccontare cosa accadde è lo storico montenerese Emilio Paterno, nel suo libro "Storia di Montenero di Bisaccia, dalle origini ai nostri giorni" (1969):
"A Ripalta, i cafoni - accordatisi alle piane del fiume ove erano a mietere il riso - tornarono la sera con bandiera bianca, e armati di accette, ronche, falci e qualche schioppo, obbligarono l'Arciprete a cantare il Te Deum e i galantuomini ad intervenirvi. Nel riuscire di Chiesa intimarono ai galantuomini di restare. Ne trassero fuori D. Antonio Castaldi, e avendolo fin dentro la Chiesa ferito, gli tirarono una fucilata al braccio, colpi di accetta al capo, che poi gli tagliarono facendone pasto ai cani. Dei figli di costui il terzogenito fu ferito mortalmente, il secondo gravemente. Gli altri galantuomini si salvarono con la fuga, saltando un muro della Chiesa che era in costruzione. Dalla casa di Adamantonio Casciati, che volevano incendiare, partirono delle fucilate e ne rimasero parecchi feriti, fra i quali il mugnaio, uno dei principali reazionari".
Ad avere la peggio fu Antonio Castaldi che, si legge sul libro del parroco don Nicolino Calvitti, era "capitano della locale Guardia nazionale" ("Mafalda: il tempo, i testimoni, la memoria", 2004). Perse la vita chi da poco era stato messo a capo della cosiddetta Milizia comunale, corpo militare mutuato a tempo di record dai piemontesi. Era stata infatti istituita da re Carlo Alberto nel famoso statuto del 1848 che porta il suo nome. Poi il cambio di nome in Guardia nazionale, una volta unificata l'Italia. Nel frattempo durante la conquista del Sud, o unificazione che dir si voglia, in ogni paese ne era stata esportata la sua forma embrionale.
I sostenitori del vecchio regime erano bollati come reazionari, forse con qualche semplificazione succube di certa retorica risorgimentale. Detto meglio, da allora e fino a non molti anni fa era pressoché vietato definire quella piemontese guerra di conquista, di annessione. Paterno era figlio di quell'epoca, oltre che culturalmente e socialmente più vicino ai galantuomini che ai cafoni. Non stupirà la sua evidente presa di posizione. Tuttavia la violenza ci fu e dal racconto popolare si scopre il particolare più cruento.
Perché la testa di Castaldi, prima di essere data in pasto ai cani come riporta Paterno, sarebbe stata fatta rotolare lungo la discesa che dalla chiesa porta alla piazza. Stradina più tardi chiamata via Guglielmo Marconi. Storia di uno spettacolo macabro che, come anticipato, si tramanda oralmente davanti al focolare da quel lontano 1860. Chi scrive l'ha sentita raccontare da un anziano classe 1916, appena in tempo prima che morisse. E il nonno, da ragazzo, l'aveva sentita dai vecchi, che ne erano stati testimoni coevi.
Tornando alla contemporaneità, la rappresentazione di domenica prende spunto da quel fatto. I componenti de "La maschera in piazza" vi hanno costruito intorno una sceneggiatura, rigorosamente in dialetto, che a questo punto diventa un dilemma se chiamare mafaldese o ripaltese. Una serie di gag, colpi di scena, mix di recitazione parlata e cantata, tragedia mista a ironia. Una tradizione secolare in quel di Mafalda e che in piena sintonia con analoghe rappresentazioni carnascialesche non risparmia satira contro il potere. Specie negli stornelli che chiudono la rappresentazione.
L'appuntamento è per domenica 15 febbraio, con il seguente programma: ore 14:30 in via Svizzera, ore 15:30 in via Regina Elena, ore 16:30 in corso Vittorio Emanuele.

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