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Colle della speranza: si chiama così perché era un "circolo politico"

Da metà Ottocento il nome è rimasto, adesso è un giardinetto. Perché i cani non possano entrarvi resta un mistero

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MONTENERO DI BISACCIA. Il nome è oggi evocativo, ma a suo tempo nacque da una polemica più o meno accesa, certo facente capo a qualcosa di livello più alto. Il Colle della speranza è una collinetta situata in via Argentieri, a un quarto circa della sua lunghezza e pochi metri prima del cosiddetto "girone", vale a dire un curvone dall'angolo molto simile ai tornanti dello Stelvio. Oggi è una sorta di osservatorio sull'Adriatico, che si staglia una decina di chilometri oltre, e sulle colline che degradano dolcemente stile Toscana. Ma perché si chiama così? Per la risposta occorre tornare indietro e far assurgere a quella collinetta un carattere risorgimentale. Anti risorgimentale, va chiarito.

Nel 1859, mentre era in corso la Seconda guerra di indipendenza nel Nord Italia, Montenero era ancora parte del Regno delle Due Sicilie. La lotta fra piemontesi e austriaci, in terre così lontane, preoccupava però anche i Borbone: avevano capito che una volta finito al Nord, avrebbero invaso il Sud per unificare l'Italia e quindi fatto fuori il loro regno. Anche a Montenero c'era chi parteggiava per i Borbone e a tramandarcelo è Emilio Ambrogio Paterno, nel suo ultimo libro pubblicato: Montenero di Bisaccia, dalle origini ai nostri giorni (1969). "Nella classe dei contadini ed in quella degli artigiani numerosi erano i borbonici i quali speravano che tutto sarebbe andato a monte allora", scrive lo storico montenerese per indicare come anche qui si temesse per le sorti del Regno delle Due Sicilie. Insomma, Risorgimento sì, ma fino a un certo punto, come dappertutto nel Sud.
"Ad essi artigiani fu dato il nomignolo di speranzisti – scrive sempre Paterno - e al luogo presso la strada rotabile che mena ora alla stazione, nel quale ogni sera e mattina venivano a sdraiarsi e confabulare, è restato il nome di Colle della speranza".
Si chiama così ancora oggi e deve il suo nome a chi sperava che Vittorio Emanuele II e Cavour non invadessero il Sud Italia. La storia insegna che quelle speranze andarono disattese, "in gran parte svanite" scriveva lo stesso Paterno.

Nella metà dell'Ottocento il Colle della speranza era campagna, l'abitato finiva nei pressi della chiesa madre e del Palazzo Luciani. Lì questi conservatori fedeli ai Borbone scendevano per chiacchierare ammirando il mare, le isole Tremiti (solo col cielo terso) e girando lo sguardo verso nord-ovest anche i monti della Majella, perché non c'erano le case.
Difficile dire quanto fossero guardati male dagli altri, d'altronde tutte le testimonianze successive, ovunque, sono state condizionate da certa (forse necessaria) retorica risorgimentale. Fu invasione quella del Sud e se non fosse riuscita, oggi, gli eroi celebrati sui libri con ogni probabilità sarebbero i borbonici e perciò anche gli speranzisti di Montenero. In fondo, piaccia o no, avevano un ideale politico.

Saltando di parecchio in avanti, il Colle della speranza è stato riqualificato nei primissimi anni Novanta, con la realizzazione anche di una struttura di cemento a mo' di osservatorio, panchine, passeggiata ecc. La cupola trasparente per ammirare il cielo si è rotta, ma tutto il resto funziona ancora. Prima di entrare, tuttavia, non manca un monito dell'amministrazione comunale. "Divieto di accesso ai cani" e subito sotto l'aggiunta "eccetto cani guida". E ci mancherebbe. Chissà, di fronte a qualche lamentela per qualche cacca - mai giustificabile -, chi reggeva il Palazzo non ha resistito alla tentazione fattasi crescente negli ultimi anni (e perdurante) di vietare qualcosa. Da quelle parti non deve piacere la frase di apertura di una nota canzone di Vasco Rossi, "ho perso un'altra occasione buona stasera".
Infine resta da chiedersi se il termine "speranzone", tuttora usato, sia ricollegabile all'ottocentesco "speranzisti". Si direbbe di no, poiché i significati sono diversi. Il primo indica i perdigiorno, gli scansafatiche. L'altro chi a modo suo coltivava un ideale politico, forse già allora superato dai tempi, e chissà che oggi non avrebbe contestato quell'ennesimo cartello di divieto difficile da capire quanto necessario.

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