Riceviamo e pubblichiamo:
Lanciano (CH) – Si chiude con una condanna penale per il reato di minacce (art. 612 c.p.) il difficile capitolo giudiziario che ha visto coinvolti due rappresentanti sindacali dello stabilimento Sevel di Atessa. Il Giudice di Pace di Lanciano, nella persona dell'Avv. Angela Calderoni, ha infatti pronunciato sentenza di condanna nei confronti della dipendente F.F.. I fatti risalgono al 25 gennaio 2024 all'interno del sito produttivo di Atessa. Secondo quanto ricostruito e accertato nel dibattimento, l'imputata si era scagliata contro il rappresentante sindacale, A.C., alla presenza della collega G.N., proferendo gravi insulti e minacce ("meriti la gambizzazione") e colpendolo con dei leggeri schiaffi sul viso. Condotte che il giudice ha ritenuto chiaramente indirizzate a "intimidire la persona offesa e gettare discredito sull'attività svolta quale rappresentante sindacale".
La difesa dell'imputata aveva cercato di far passare l'intera vicenda come una sorta di "complotto" orchestrato dai rappresentanti sindacali, con la presunta complicità aziendale, al fine di ottenerne il licenziamento. Una tesi completamente smentita dall'istruttoria e dalle testimonianze concordi raccolte in aula. F.F. è stata condannata alla pena della multa oltre al pagamento delle spese processuali.
"Questa sentenza restituisce finalmente dignità alla nostra buona fede e alla correttezza del nostro operato", dichiarano le persone offese. "Per lungo tempo, a causa delle falsità e delle narrazioni distorte su questa vicenda, siamo stati lasciati soli. Abbiamo subito una pesante emarginazione non solo all'interno dei cancelli della fabbrica – tra provocazioni in mensa e durante le assemblee – ma persino da parte degli stessi colleghi di sindacato, arrivando a subire contestazioni pubbliche e presidi davanti allo stabilimento. Un isolamento totale che ci ha segnati profondamente, ma davanti al quale non abbiamo mai indietreggiato".
A. C. pone inoltre l'accento su una forte riflessione legata alla pressione e ai pregiudizi di genere: “C'è stata una pesante pressione psicologica legata anche al fatto che la vittima dell'aggressione fosse un uomo e l'aggressore una donna. Spesso in questi casi scatta un doppio standard nell'opinione pubblica e nell'ambiente di lavoro: se un uomo avesse commesso un'aggressione del genere nei confronti di una donna, la condanna sociale sarebbe stata immediata e definitiva, una 'condanna a vita' senza appello. Invece, l'essere uomo ha reso ancora più difficile far valere la gravità dell'accaduto e superare la diffidenza collettiva. Questa sentenza dimostra che la violenza e le minacce sul posto di lavoro vanno condannate sempre, a prescindere dal genere di chi le compie.”
Con questa pronuncia viene ripristinato un principio fondamentale: l'attività di rappresentanza dei lavoratori non può essere oggetto di intimidazioni, violenze verbali o campagne di fango volte a isolare chi si espone in prima persona.

