I giovani di Montenero e la Grande guerra: dai caduti sul Grappa ai prigionieri di Caporetto

I dati ricavati da un testo raro di Paterno. Il Monte Nero e il Calvario a ricordare la loro casa, il primo caduto pochi giorni dopo l'inizio, l'ultimo quando mancava solo un mese alla fine

Rossano D'Antonio
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16/10/2026
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Storia
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MONTENERO DI BISACCIA. I più sfortunati possono essere considerati il primo e l'ultimo a cadere sotto il fuoco nemico, mentre il più giovane non aveva ancora compiuto diciannove anni e il più vecchio ne aveva trentanove. E a qualcuno toccò di essere catturato in un posto che si chiamava come quello da cui proveniva.
La Prima guerra mondiale, la Grande guerra, è un evento ormai più che secolare, eppure conserva un posto nella storia e, attenzione, nel monumento posto al centro della piazza principale. Attraverso le pagine di un libro raro, e insolito nel tono, di Emilio Ambrogio Paterno si riesce a ricostruire quello che lo storico chiama "il generoso contributo dei combattenti monteneresi alla Patria". Il testo in questione è "Ricordi storici molisani" (Tipografia Sammartino-Ricci, Agnone, 1928) e racchiude testi redatti nel corso di diversi anni. Quelli esaminati in questa sede, in particolare, sono stati scritti nell'estate del 1923. Cinque anni dopo la fine della Grande guerra, ma meno di un anno dopo l'avvento della dittatura fascista. Un fattore da tenere in conto, poiché a differenza di altre pagine del volume, quelle sulla guerra hanno sì un tono solenne, ma non accondiscendente verso il potere come altre. D'altra parte, sarà lo stesso Paterno, a fascismo caduto, a spiegare che o si pubblicava così o non si pubblicava per niente. Il prezzo della dittatura e delle cosiddette leggi fascistissime: il controllo totale.
Tornando ai giovani di Montenero di Bisaccia mobilitati nella Prima guerra mondiale, ben novecento, i dati principali riguardano i caduti, i prigionieri, i mutilati ecc. Sono ricavati nello specifico locale dal libro di Paterno, mentre gli approfondimenti su dove si svolsero le battaglie sono dati ampiamente trattati nei più svariati testi e siti internet.
Il primo montenerese a cadere in combattimento fu Giovanni Di Gregorio, di Aurelio, com'era in uso indicare ai tempi, a seconda che il padre fosse vivo o defunto (in tal caso "fu"). Classe 1895 morì nell'ospedale da campo, il 12 giugno 1915, per "ferite riportate in combattimento", scrive Paterno. Un'ulteriore ricerca permette di inquadrare l'evento bellico: con ogni probabilità Di Gregorio fu colpito durante le manovre di avvicinamento al colle Podgora (o monte Calvario), nei pressi di Gorizia. Se si considera che la guerra fu dichiarata dall'Italia all'Austria il 24 maggio, si può dedurre che fu uno dei primi a cadere.
Per il giovane la denominazione Calvario poteva suonare familiare, poiché in quel tempo nel suo paese c'era una collinetta chiamata così. Anni dopo spianata e al posto della quale sarebbe sorto il mercato coperto.
L'ultimo montenerese a cadere fu invece Giovanni Rago, di Nicola, classe 1899. Non era ancora diciannovenne quando, il 4 ottobre 1918, perse la vita sul monte Grappa durante il contrattacco austriaco per riprendere possesso della Val del Pez. Forse l'ultima offensiva nemica prima di quella italiana, quella finale chiamata Vittorio Veneto, che avrebbe portato alla vittoria esattamente un mese dopo. Giovanni Rago, inoltre, era un cosiddetto ragazzo del '99, chiamato giovanissimo, diciottenne, a combattere. Ed egli fu anche il montenerese più giovane, almeno fra quelli caduti in combattimento, a non tornare. 
Il più vecchio, viceversa, fu Zenone Lemme, di Nicolamaria, nato nel 1878 e morto a trentanove anni nel maggio 1917 a Castagnevizza (Slovenia) per le ferite riportate in combattimento.
Nonostante nell'immaginario collettivo sia ancora oggi il 1899 l'anno di nascita maggiormente associato ai caduti della Grande guerra, anche a Montenero non fu quello in cui si ebbero maggiori perdite. Furono infatti le classi 1888 e 1891 a far registrare più morti, cinque ognuna.
Un capitolo fondamentale da analizzare è inoltre la rotta di Caporetto. Considerata universalmente come la sconfitta forse più pesante dell'Esercito italiano, è studiata ancora oggi per capire perché le forze austriache, con decisivi rinforzi tedeschi (comandati anche da un giovane Erwin Rommel), penetrarono così tanto nel territorio italiano. Ebbene, anche Montenero diede il suo tributo in tal senso, se non in termini di vite umane, sicuramente per prigionieri catturati.
Dei quarantacinque soldati fatti prigionieri che Paterno cita, ben ventuno lo furono durante la cosiddetta Battaglia di Caporetto (24 ottobre-19 novembre1917). E di questi tredici furono catturati nei primi e drammatici giorni della disfatta e disastrosa ritirata.
I primi a finire in mano al nemico furono anche due che prestavano servizio nei pressi del Monte Nero (Krn in sloveno). Si chiamavano Michelangelo Mirco (di Vincenzo) e Antonio Di Stefano (fu Davide), catturati entrambi il 24 ottobre, nelle prime fasi dell'offensiva austro-tedesca.
Condivisero la sorte anche compaesani come Zenone Marraffino (di Antonio) e Nicola Gatto (fu Cosmo), presi entrambi il 1 novembre sul fiume Tagliamento e rinchiusi poi nel campo di Cellelager, in Germania, fino alla fine del 1918.
Se Caporetto non fece caduti monteneresi non può dirsi lo stesso per gli invalidi. Piero Gabriele (fu Pietro) il 30 ottobre 1917 ed Enrico Subranni il 27 ottobre, riportarono conseguenze permanenti che diedero loro diritto a una pensione di quinta e sesta categoria. La scala dei vitalizi per i mutilati partiva da uno e arrivava a otto, in ordine decrescente di gravità del danno permanente subìto.
In definitiva, Montenero contribuì alla "quarta guerra di indipendenza" con:
61 morti in combattimento e 8 nei campi di prigionia
29 morti per malattie riconducibili all'evento bellico
45 prigionieri di guerra
34 mutilati o invalidi di guerra.
Diciassette i riconoscimenti fra medaglie di argento e bronzo, ed encomi. Uno dei decorati fu il giovane sottotenente Vittorio Argentieri, morto nell'agosto 1917, durante l'undicesima Battaglia dell'Isonzo. Anni dopo gli sarebbe stata intitolata una strada, destinata a diventare una delle più lunghe del paese. A trasformare la via d'uscita dal paese, di fatto ancora campagna, nel corso che indicherà in un libro "da Casa Caroselli al Colle della speranza", sarà lo stesso Emilio Paterno. Nel 1943, durante un'altra guerra, sarà infatti nominato commissario civile (carica sostitutiva del podestà, in sintesi un sindaco) dalle forze Alleate che avranno occupato il paese.
Nel 1951 "il generoso contributo dei combattenti monteneresi", da soldato semplice a tenente, diventerà parte dell'elenco dei nomi che ancora oggi si leggono sul monumento ai caduti in centro.
Nella foto Vittorio Argentieri  (1897-1917)

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