MONTENERO DI BISACCIA. Capita che un problema ritorni, ma che trovi le parti invertite. E così chi sedici anni fa incalzava il potere comunale, oggi ne è al comando. Resta invece uguale l'origine del disagio: il potabilizzatore della diga del Liscione. Oggi come allora.
Chi è passato dalla protesta alla stanza dei bottoni è invece la sindaca in carica Simona Contucci. A quel tempo per un problema simile a quello odierno si batté contro la maggioranza. Si è detto, parti invertite, cause legali diventate fonte di imbarazzo, in seguito.
In questi giorni tiene banco il tema acqua del Liscione contaminata. In diversi comuni bassomolisani è stato necessario vietarne l'uso per scopi alimentari. Questo perché nella rete normalmente alimentata dall'acqua di sorgente del Matese (Montenero compreso) è stata immessa una parte proveniente dall'invaso del Liscione. Previa potabilizzazione, va da sé, ma che in tutta evidenza non è bastata. Il contenuto di manganese, in particolare, ha superato i valori di soglia, sia pur di poco, ma che è bastato a intorbidire l'acqua in alcune zone. Ordinanze di divieto sindacali la diretta conseguenza. Ed è qui che si può fare un parallelo, fino a un certo punto, con quanto accadde quasi sedici anni fa.
Era la fine del 2010 quando il potabilizzatore del Liscione fece le bizze, anche allora. Quella volta in eccesso erano i trialometani che l'impianto di depurazione non riuscì a eliminare del tutto. Anche allora a gestire l'impianto e la rete regionale era Molise acque, ma il consigliere comunale di minoranza Cristiano Di Pietro ritenne che colpe gravi le avesse anche il sindaco Nicola Travaglini, che a suo dire non aveva avvisato la popolazione dei disagi. In una conferenza disse che i monteneresi avevano mangiato i cardi in brodo, durante la cena della Vigilia, a base di trialometani.
Dal canto suo il sindaco Travaglini replicò che non poteva emettere ordinanze di divieto senza dati ufficiali, col rischio di scatenare un allarme generale. Tant'è che il 29 dicembre lo fece.
L'emergenza rientrò il 3 gennaio 2011 e tre giorni dopo, in occasione dell'Epifania, il dono che l'Italia dei valori portò agli avversari di maggioranza fu l'annuncio delle vie legali. Una causa collettiva (class action) e anche un ricorso in Procura. Sotto accusa, per Cristiano Di Pietro, la mancanza di informazione ai danni dei cittadini, laddove "la punta massima dell’incapacità amministrativa è stata raggiunta a Montenero di Bisaccia", dichiarò in conferenza stampa. Perché Travaglini "nella sua incompetenza totale, chiude l’acqua in tutto il paese solamente il 29 dicembre”, dodici giorni dopo il primo allarme e solo dopo un’interrogazione dell’Italia dei valori.
Conferenze cui partecipava anche Simona Contucci, futura sindaca ma all'epoca presidente del locale circolo dipietrista.. I suoi erano toni meno accesi di quelli del suo allora riferimento Cristiano Di Pietro, figlio del più noto Antonio. Ma non si può negare che partecipasse all'azione e quindi all'attacco rivolto anche alla maggioranza di Travaglini. Nell'annunciare la class action, la Contucci dichiarò: "La nostra intenzione è quella di informare la gente sul grave episodio che si è verificato e che è stato gestito molto male da parte di chi avrebbe dovuto, prima di ogni altra cosa, tutelare la cittadinanza".
A dare manforte il 16 gennaio 2011 venne a Montenero Antonio Di Pietro in persona, con tutto il dispiegamento di mezzi e visibilità di cui era capace al tempo l'Italia dei valori. L'ex ministro perorava la causa dei suoi in Basso Molise e nel suo paese. Simona Contucci lo accolse con un largo sorriso (si veda la foto dell'epoca) mentre raccoglieva le adesioni alla class action, per poi partecipare sedere alla sua destra durante il discorso. Questo si tenne sotto un gazebo montato nella parte inferiore della villa comunale, in piazza.
“Non bisogna né essere elettori dell’Italia dei valori, né di centrosinistra né di centrodestra – un passaggio dell'intervento di Antonio Di Pietro intervento -, non c’azzecca niente essere di destra o di sinistra, si tratta di far valere in modo collettivo un diritto”. Per l'occasione presentò anche il referendum contro l'energia nucleare, che poi avrebbe vinto. Viceversa non avrà analoga fortuna la class action.
Anzi diventerà qualcosa di imbarazzante per i dipietristi qualche anno dopo, quando decideranno di riporre le armi, chiuderle bene a chiave e passare dalla parte del nemico di sempre: Nicola Travaglini. Chi mə vattaj m'è cumbar (chiunque mi battezzi diventa mio compare), si dice a Montenero quando si vuol far capire che di fronte a un interesse, a un vantaggio, non si bada con chi si ha a che fare. Alle elezioni del 2015 Simona Contucci ottiene un buon risultato, tanto che diventa assessora. Cinque anni dopo anche sindaca ed è stata riconfermata qualche mese fa per il secondo mandato. Gli echi dipietristi e il passato di sinistra un ricordo dimenticato in fretta. Fino a un anno prima in aperto contenzioso legale, l'anno successivo alleati. Negli anni successivi dagli ambienti dipietristi non sarà raro ascoltare frasi come "io non volevo, ma non ho potuto farci nulla". E chissà, sarà stato Travaglini con qualche potente macumba, addobbij volendola chiamare in montenerese.
In questi giorni il potabilizzatore del Liscione torna a tormentare i sogni dei monteneresi e degli amministratori comunali, quindi anche di Simona Contucci. Il clamore di allora non c'è, almeno finora. E dal Palazzo, non si assiste alla selva di post, dichiarazioni, interviste di altre situazioni di emergenza. Chissà se chi oggi è al potere, e allora promuoveva class action, ricorda i fatti di sedici anni fa.
Nella foto in alto Simona Contucci stringe la mano ad Antonio Di Pietro (di spalle), in basso insieme ad Antonio Di Pietro (al centro) e Pierpaolo Nagni, gennaio 2011