L'invincibilità contucciana e il fantasma della rassegnazione come nel 1993

Lo scenario dopo il trionfo della sindaca fa ipotizzare un'egemonia ancora lunga. Senza opposizione?

Rossano D'Antonio
27/05/2026
Politica
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MONTENERO DI BISACCIA. Fatti i dovuti distinguo, e considerando il quadro generale completamente diverso, qualche similitudine con il 1993 può esserci. In particolare il senso si rassegnazione, resa e consapevolezza di sconfitta definitiva degli avversari. La presa di coscienza che è del tutto inutile contrastare chi è al potere.
Una riflessione che nasce all'indomani del risultato elettorale per le comunali, che hanno visto trionfo e riconferma della sindaca Simona Contucci. Di lei come dei suoi elementi più fidati, quelli rimasti accanto anche dopo la crisi del 2023. Una sconfitta pesante per gli avversari, vale a dire le liste capeggiate dall'ex sindaco Nicola Travaglini e dalla new entry Gaetano De Risio. Batoste del tipo che fanno pensare non ci sarà più competizione, chi lo detiene resterà al potere per sempre, meglio farsi da parte. Qualcosa di simile a quanto avvenuto nel 1993.
All'epoca il leader iper votato era Nicola D'Ascanio e, come la Contucci, era già stato al potere. In realtà con più turbolenze, perché il sistema era diverso, non c'era l'elezione diretta che dopo un po' avrebbe reso i sindaci plenipotenziari, con voce in capitolo persino sulla vita privata delle persone, come perdura ancora oggi. Per questo D'Ascanio arrivava al 1993, anno della consacrazione definitiva e della resa definitiva degli avversari, dopo: essere stato sindaco, all'opposizione, di nuovo sindaco, ancora opposizione e infine sindaco. Tutto in otto anni. Oggi chi diventa sindaco generalmente lo fa per dieci, quindici, per sempre. Basta arrivarci e ci si resta in eterno.
Nel 1993 D'Ascanio tornava a essere sindaco cooptando dapprima uno, poi altri elementi della Democrazia cristiana, allora avversaria del suo Partito democratico della sinistra, erede del più famoso Partito comunista italiano. E una volta consolidata la sua egemonia, avviava qualcosa destinato a durare parecchio, quella dottrina d'ascaniana che lo avrebbe portato in Regione, poi Provincia ecc. Oltre ad essere leader indiscusso e ascoltato, guai a non farlo, nella sua Montenero per tanti anni ancora.
Pertanto, nel 1993 scemavano definitivamente i sogni dei suoi avversari di detronizzarlo, batterlo alle urne o dopo in sede di alleanze in Consiglio comunale. Questo perché non si eleggeva come adesso il sindaco direttamente, ma solo dopo le elezioni con accordi fra le varie fazioni. In definitiva, D'Ascanio costringeva chi non lo voleva alla resa. Campagne elettorali infuocate, anche troppo, diventarono una sorta di ricordo. Nelle successive comunali chi si presentava contro la maggioranza uscente spesso lo faceva come atto democratico dovuto, ma sapeva in cuor suo che non ci sarebbe stata partita.
Ciò che diede vita alla lunga egemonia del centrosinistra a Montenero, che sarebbe durata fino al 2010 e che, attenzione, avrebbe visto rappresentanza locale in enti sovra comunali senza eguali. Ma va precisato che a questo diede un contributo anche l'avvento di Antonio Di Pietro.
Facendo un balzo di trentatré anni si arriva ai giorni nostri e alla fresca vittoria elettorale di Simona Contucci. È in amministrazione comunale da undici anni, sei da sindaca e si appresta a farne almeno altri cinque, a meno di sogni regionali fra due anni. Il distacco inflitto agli avversari, suo il 57 per cento dei consensi in una corsa a tre, è tale da far pensare che la sua egemonia durerà ancora a lungo. Finché ci sarà. La dottrina contucciana che domina la Montenero degli anni Duemilaventi, Trenta, chissà quanto ancora. Gli avversari, dopo una campagna elettorale accesa, hanno visto gli elettori premiarla in barba alle accuse di volerli estromettere dalla competizione. Perché è dovere giornalistico impedire che si dimentichi l'anomalia di queste elezioni: si rischiava di avere solo una lista, quella della sindaca uscente, per presunto e poi dimostrato infondato ritardo nella presentazione delle altre due. Una vicenda legale che ha visto la Contucci protagonista, pronta a sostenere la tesi del ritardo e quindi, molto poco implicitamente, la sua corsa solitaria. Ha perso i ricorsi, indignato parte dell'opinione pubblica e persino dei suoi alleati, ma poi alle urne non c'è stato nessun contraccolpo. Ha stracciato gli avversari; e se non ha perso nulla dopo uno scivolone simile, non perderà più.
E così, con i dovuti distinguo, si torna un po' a quello spirito del 1993: gli avversari del potere costituito che si rassegnano. Vedranno la dottrina contucciana dominare ancora a lungo, anche senza i fondi del Pnrr a rendere la sua l'amministrazione più finanziata dal dopoguerra. Potrà essere sindaca fino al 2036 (adesso è consentito il terzo mandato consecutivo nei comuni fra 5000 e 15000 abitanti), oppure provare la scalata regionale nel 2026. E dovesse andar male comunque potrebbe restare a capo di un paese che nel frattempo avrà smesso di pensare che possa essere battuta. A meno di sconvolgimenti politici al momento imprevedibili.
Nella foto in alto la sindaca Simona Contucci durante il comizio di chiusura della campagna elettorale

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