Si vota come nel '52: ecco la Montenero di allora

25 maggio, una data usata solo 74 anni fa. Il confronto con un paese completamente diverso, vivace ma afflitto dall'emigrazione. E con amministratori meno invadenti

Rossano D'Antonio
20/02/2026
Cultura
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MONTENERO DI BISACCIA. Per ritrovare la stessa data bisogna tornare indietro di settantaquattro anni: dopo il 1952 non è più accaduto che si votasse il 25 maggio. In quel caso un paese completamente diverso, va da sé, per un'epoca che oggi appare remota.
La ricostruzione che segue è fatta all'indomani dell'ufficializzazione della data per le elezioni comunali, individuata dal Ministero dell'Interno per domenica 24 e lunedì 25 maggio prossimi. Nel 1952 era domenica il 25 e si votò anche il lunedì. Nelle successive quindici votazioni comunali non sarebbe più capitata una data uguale a quella di questo 2026. Occasione per confrontare il paese odierno con se stesso tre quarti di secolo fa.
Com'era Montenero nel 1952. A sette anni dalla fine della Seconda guerra mondiale i residenti erano poco più di ottomila, come si evince dai dati Istat (8151 nel censimento 1951). Nascevano qualcosa meno di duecento bambini all'anno: nel 1951 199 primi vagiti contro 89 ultimi respiri esalati. In centro il monumento ai caduti era stato appena realizzato, mentre mancavano scuole Elementari e municipio. La chiesa di san Matteo era ancora in fase di ricostruzione: demolita la vecchia e secolare negli anni Trenta, i lavori erano stati interrotti durante la Seconda guerra mondiale e ripresi all'incirca nel 1948. La villa comunale era ancora recintata, un retaggio del regime fascista. Era stato posato nel 1934, probabilmente per impedire ai braccianti che provenivano dal circondario di passarci la notte. Arrivavano a piedi dai paesi soprattutto del confinante Abruzzo e dormivano sui marciapiedi, come testimonia il sindacalista Pasquale Colagioia in una sua memoria. Le date coincidono, il regime c'era, non apparirà forzata la deduzione. Il recinto sarebbe stato eliminato nel 1958, in occasione di una ristrutturazione di villa comunale e piazza.
Dopo le elezioni del 25 e 26 maggio 1952, il Consiglio comunale si insediò il 16 giugno. Il municipio si trovava ancora in una stanza al primo piano dell'edificio che ancora oggi si trova davanti alla rotatoria in piazza. La stessa sede municipale che era stata assaltata dai rivoltosi nel 1931, in testa ai quali vi era anche la leggendaria Maria, appena ventiquattrenne. Avevano ottenuto la cacciata del podestà e del vice, ma pagando un prezzo molto elevato, in termini di condanne ad alcuni anni di carcere, per tredici di loro.
Tornando al 1952, i consiglieri comunali erano venti e già nella prima seduta avvenne l'elezione del sindaco: Antonio Argentieri. Cinquantotto anni, tenente colonnello dell'Esercito, politicamente tendente a destra e a capo di una lista civica che nel simbolo riportava i tre colli come nello stemma comunale. Ebbe sedici voti su diciannove presenti. Dei quattro socialisti tre consegnarono scheda bianca, uno era assente. 
La maggioranza era formata in gran parte da liberali. Erano ancora pressoché assenti o irrilevanti Democrazia cristiana e Partito comunista italiano, i due partiti che di lì a qualche anno anche a Montenero avrebbero monopolizzato l'agone politico.
Argentieri sarebbe durato solo un anno, poiché dall'ottobre del '53 avrebbe smesso di frequentare le assise civiche, per poi dimettersi il 3 dicembre. Motivi di salute la spiegazione data nel documento letto dall'assessore Mario Contatore, che alcuni giorni dopo sarebbe stato eletto sindaco al suo posto. Non essendoci ancora l'elezione diretta, come oggi, non era necessario tornare alle urne, il Consiglio comunale eleggeva un altro sindaco. Alla breve reggenza di Antonio Argentieri vanno ascritte concessione dell'area su cui sarebbero state costruite le Poste, richiesta di un finanziamento alla Cassa per il Mezzogiorno per l'acquedotto e affidamento della relativa progettazione a un professionista.
Questa per sommi capi la Montenero di quel 1952, quando l'asfalto aveva da poco fatto la sua comparsa e rivestiva solo parte della piazza e di via Vittorio Argentieri. L'ultima via nata e ancora nelle fasi embrionali in fatto di urbanizzazione, tant'è che in dialetto era indicata con "abball pə la vianov" (giù per la strada nuova). In quel periodo una parte delle campagne monteneresi era interessata dalla Riforma agraria di Alcide De Gasperi, in particolare le contrade Montebello, San Biase e Piana del Mulino. Quaranta case prefabbricate (ci sono ancora) assegnate a famiglie scelte in base a criteri come reddito basso, numero di componenti e almeno uno dei coniugi bracciante agricolo. Oltre alla casa, la dotazione prevedeva sette ettari di terreno, due mucche, un carro e altre attrezzature. La televisione sarebbe arrivata solo quattro anni dopo, mentre il primo telefono privato c'era già. 
Una Montenero vivace, che ancora era leader del circondario e attrattiva. Si usciva in piazza e gli amministratori comunali neanche ipotizzavano di trasformarsi in monopolizzatori persino del divertimento, come sarebbe successo molti anni dopo. Cioè oggigiorno.
Ma c'erano anche ombre e la più cupa si chiamava emigrazione. Al censimento successivo, del 1961, gli abitanti sarebbero scesi a 7200. Si trattava della seconda grande ondata dopo quella di inizio Novecento, con la differenza che stavolta non fu controbilanciata dall'immigrazione interna da Abruzzo e Marche. Montenero si spopolò, molti partirono verso Nord Italia, Belgio, Francia, Germania, Svizzera per cercare fortuna nelle fabbriche o nei cantieri edili. Parte di loro sarebbe tornata a Montenero verso la fine degli anni Settanta-inizio Ottanta, quando si avrà un'inversione di tendenza nella demografia (7310 abitanti nel 1981), per poi tornare a scendere. Per sempre.
Questo il racconto del 1952, unico anno in cui si votò il 25 maggio, come fra tre mesi. Forse l'unica similitudine con la Montenero di allora. Nel bene e nel male.
Nella foto in alto il centro di Montenero di Bisaccia nei primi anni Cinquanta,  in basso Antonio Argentieri

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